
La morte violenta di un giovane di 21 anni, originario del Gambia, avvenuta venerdì scorso nel cosiddetto “ghetto Arena” di San Severo, ci lascia profondamente scossi.
Una lite tra due connazionali è degenerata fino a trasformarsi in tragedia: un colpo di martello e una vita spezzata. Una morte che non può essere liquidata come un fatto di cronaca tra migranti.
Dietro questa tragedia c’è una realtà che da troppo tempo conosciamo e denunciamo: il ghetto.
Il luogo in cui questo giovane viveva non è semplicemente un insediamento informale. È uno spazio di marginalità estrema, fatto di baracche, sporcizia, isolamento, precarietà e invisibilità. Un luogo lontano dagli occhi della città e spesso anche dal cuore della società.
Lì vivono centinaia di giovani africani, arrivati in Italia con speranze e sogni, e finiti invece in un limbo di fragilità sociale, giuridica e umana.
Come Migrantes e Caritas, quel luogo lo conosciamo bene. Da tempo lo frequentiamo per offrire ascolto, orientamento per i permessi di soggiorno, aiuti materiali e soprattutto prossimità umana e spirituale. Non raramente incontriamo storie di grande sofferenza, ma anche di dignità e desiderio di futuro.
Per questo la morte di questo ragazzo non è solo una tragedia individuale.
È anche il segno di un sistema che produce invisibilità.
Quando le persone vengono confinate ai margini, quando vivono in condizioni disumane e senza reali prospettive, il rischio che la disperazione sfoci in violenza cresce.
Oggi vogliamo restituire un volto a questa vita spezzata.
Non è solo “un migrante”.
Non è solo “un gambiano”.
È un ragazzo di 21 anni, che conosciamo per averlo incontrato diverse volte, con una storia, una famiglia, un nome e una dignità che non possono essere cancellati dall’indifferenza.
Come Chiesa sentiamo il dovere di dire che i ghetti non possono essere una risposta.
Non possiamo accettare che esistano luoghi dove uomini e donne restano invisibili, tollerati finché lavorano nei campi e dimenticati nel resto del tempo. Le risorse – ormai perse – del PNRR destinate al superamento dei ghetti nella nostra provincia rappresentano, purtroppo, un’occasione mancata non solo per cancellare questa vergogna e ridare dignità a quanti vi abitano ma anche per garantire sviluppo al nostro territorio, sostenendone un pezzo importante della nostra economia.
Chiediamo alle istituzioni, alla società civile e a tutto il territorio di non voltarsi dall’altra parte.
Questa morte ci interpella tutti.
Il modo più vero per onorare la vita di questo giovane è non lasciarlo cadere nel silenzio, ma trasformare questa tragedia in una nuova responsabilità verso tutti coloro che continuano a vivere nei ghetti.
Come Chiesa continueremo a stare accanto a questi fratelli e sorelle, perché nessuna vita sia invisibile.
San Severo, 16 marzo 2026
don Andrea Pupilla don Nazareno Galullo